Chi si affaccia al mercato del lavoro per la prima volta guarda il proprio CV e vede solo un titolo di studio, e conclude che non c'è molto da scrivere. Quasi sempre non è vero: manca solo l'abitudine a riconoscere cosa, in quello che si è già fatto, conta davvero per un recruiter.
Anche la tesi conta come esperienza vera
Un progetto di tesi che ha richiesto raccolta ed elaborazione di dati, un lavoro di gruppo che ha richiesto coordinamento, un'esperienza Erasmus che ha richiesto adattamento a un contesto nuovo: sono tutte esperienze reali, descrivibili con la stessa struttura risultato-azione-contesto usata per un'esperienza lavorativa vera.
Lavori non professionali contano più di quanto si pensi
Cameriere, animatore in un centro estivo, ripetizioni private, gestione dei social di un'associazione universitaria: sono tutti lavori reali che dimostrano affidabilità, gestione della pressione, o competenze mirate (comunicazione, gestione del tempo, lavoro sotto scadenza). Non vanno omessi solo perché non sembrano allineati al ruolo ambito.
Attività extracurriculari con responsabilità reali
Aver organizzato un evento universitario, gestito il budget di un'associazione studentesca, coordinato un gruppo di volontari: queste esperienze, se descritte con risultati reali (quante persone coinvolte, quale budget gestito, cosa è stato ottenuto), pesano quanto un'esperienza lavorativa breve.
Meglio poche esperienze ben raccontate che un elenco generico
La tentazione è riempire il CV con tutto quello che si è fatto, elencato in poche parole ciascuna. Funziona meglio il contrario: 3-4 esperienze reali, raccontate con la stessa cura di un bullet lavorativo (cosa hai fatto, con quale risultato), anche se non sono un impiego formale.