"Il CV deve stare in una pagina" è uno dei consigli più ripetuti e meno spiegati in assoluto. Per chi ha meno di 5 anni di esperienza funziona bene: a quel livello, due pagine di solito sono solo un problema di sintesi, non contenuto reale in più da mostrare. Ma passati i 5-8 anni, la regola comincia a scricchiolare.
Quando una pagina non basta
Se hai avuto ruoli con responsabilità crescenti, più aziende rilevanti, o un percorso che include un cambio di settore che vale la pena spiegare, comprimere tutto in una pagina spesso significa tagliare proprio i dettagli che dimostrano seniority: i numeri, il contesto del team, la scala del budget gestito. Due pagine ben scritte battono una pagina densa di frasi generiche.
Il criterio giusto: densità, non lunghezza
Ogni riga del CV dovrebbe guadagnarsi il suo posto. Il test è semplice: se togliessi questa riga, il recruiter perderebbe un'informazione che lo aiuta a decidere se convocarti? Se la risposta è no, quella riga va tagliata, indipendentemente da quante pagine restano. Un CV di due pagine dove ogni riga supera questo test è più efficace di un CV di una pagina pieno di paragrafi tirati via.
- —Esperienze di oltre 10 anni fa: una riga, non un paragrafo, a meno che non siano direttamente rilevanti per il ruolo
- —Elenchi di competenze software generiche (Pacchetto Office, email): quasi mai utili, occupano spazio senza informare
- —Descrizioni di mansione senza risultato: se un bullet descrive solo cosa facevi e non cosa hai ottenuto, o lo riscrivi o lo tagli
Terza pagina, in generale, è nella maggior parte dei casi troppo, con un'eccezione: i CV accademici o quelli che includono un elenco esteso di pubblicazioni, dove è la convenzione del settore ad aspettarselo. Fuori da quel contesto, tre pagine segnalano che non hai ancora deciso cosa è sul serio importante raccontare di te.